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domenica 14 gennaio 2018

La fusione diventa italiana

"Basterà un solo kg di gas di isotopi di idrogeno per produrre l'equivalente di migliaia di tonnellate di carbone, gas naturale, petrolio"
Riporto questo articolo di Umberto Minopoli pubblicato sul foglio. L'articolo e' interessante perché' illustra in maniera completa, per i non specialisti, lo stato della ricerca sulla fusione nucleare. E' recente la notizia di una importante novita' per il nostro paese: sarà' localizzato da noi il Dtt (Divertor Tokamak Test) una macchina sperimentale che dovrà' studiare le condizioni ingegneristiche del reattore per ottimizzare la produzione di energia. Il fatto comporterà' 500 milioni di investimento occupazione per 1600 persone e una ricaduta di due miliardi di euro sul territorio. Tra poco partita' la gara tra le regioni per aggiudicarsi la realizzazione dell'impianto. Ma già' la rivista ufficiale dell'ambientalismo militante (Nuova Ecologia) ha cominciato a strepitare contro il laboratorio che dovrà' sorgere in Italia. Il motivo non e' ridicolo, ma comico: e' una impresa superata dalle rinnovabili. Inoltre la fusione e' sporca e inquinante. E si augurano che nel 2050, quando l'energia da fusione dovrebbe essere disponibile per tutti, ci siano solo i mulini a vento e gli specchietti solari. Ovviamente secondo gli ideologi del nuovo medioevo a quella data non ci dovrà' essere nessuna fonte energetica che produce carbonio. I cosiddetti verdi prospettano così' uno scenario apocalittico: una popolazione mondiale che sarà' di 12 (nella migliore delle ipotesi) o di 15 miliardi di umani (il doppio di oggi) in un mondo senza energia sufficiente, e quindi senza industrie e senza tecnologia senza innovazione e senza speranza. Uno scenario da incubo, da film horror. Ma tant'e' questa e' la follia umana e la distruttiva' nichilista di questo movimento cosiddetto ambientalista che, rifiutando tra l'altro ogni ipotesi di controllo delle nascite, sta lavorando alacremente alla distruzione catastrofica del pianeta terra. Qui di seguito l'articolo di Minopoli.
Per anni, finché era solo un’ipotesi teorica, la fusione nucleare è stata un intellectual dream ambientalista: l’utopia di una fonte di energia pulita e sicura, senza scorie e disponibile in quantità illimitata. Cosa di meglio da opporre, declamavano gli ecologisti ufficiali, al mostro della fissione nucleare, la tecnologia delle centrali nucleari esistenti? Oggi il dream sta per diventare realtà sperimentale. A Cadarache, nel sud francese, il consorzio internazionale Iter, una joint di tutti i maggiori paesi industrializzati (Europa, Stati Uniti, Russia, Cina, Giappone, India e Corea del sud) ha iniziato la fase avanzata di costruzione dell’impianto sperimentale di fusione. A una potenza di 500 mw, esso dovrà provare (2025) la fattibilità della fusione e procedere al successivo impianto, il dimostratore Demo che genererà la prima energia elettrica da fusione. In tutto il mondo sono attive macchine di sperimentazione di test e prove di fusione che serviranno a Iter per affinare la fisica del futuro reattore, per raccogliere dati e decidere le scelte finali, costruttive e ingegneristiche, dell’impianto. Nell’orizzonte di una generazione la prospettiva di una nuova fonte di energia nucleare, cheap, intrinsecamente sicura e a rilascio ambientale zero, diventerà realtà. Una fortunata congiuntura, non casuale vista la storia della fisica nucleare italiana, la credibilità dei nostri centri di ricerca pubblici (Enea, Cnr e università) e dell’industria impiantistica ed energetica nazionale, ha consentito all’Italia di ottenere la localizzazione del più importante e significativo dei laboratori di test e centri di ricerca che dovranno sostenere Iter nella fattibilità della fusione. Si chiama Dtt (Divertor Tokamak Test). Tra pochi giorni partirà la gara tra le regioni per la localizzazione dell’impianto: 500 milioni di investimento (cofinanziati dalle istituzioni europee), 7 anni di costruzione, lavoro a 1.600 persone e ricadute sull’economia del territorio che lo ospiterà di 2.000 milioni di euro. Dtt posizionerà l’Italia ai vertici della realizzazione della fusione e dello sfruttamento futuro di questa fonte di energia. Tutto accattivante e pagante per il paese. Troppo, forse, per non suscitare il ripensamento dei Verdi sulla fusione nucleare. E suggestioni di un’ennesima campagna nimby. Stavolta contro l’investimento nella tecnologia più promettente del secolo. Tanto è bastato perché “Nuova Ecologia”, la rivista ufficiale dell’ambientalismo militante, aprisse ufficialmente la campagna contro il Dtt e annunciasse il voltafaccia sulla fusione nucleare, definita ora inutile, tardiva e, ovviamente, “niente affatto pulita”.
Basterà un solo kg di gas di isotopi di idrogeno per produrre l'equivalente di migliaia di tonnellate di carbone, gas naturale, petrolio L’argomentazione “verde” fa leva su un dichiarato pessimismo: “la fusione nucleare, sostengono, è in ritardo sui tempi previsti. E’ sopravanzata da nuove tecnologie (quali?). Il primo Kw arriverà solo nel 2050. Troppo tardi per sostituire, secondo gli accordi sul clima, i combustibili fossili. L’investimento nella fusione, continua la rivista, “drenerà risorse alle urgenze vere, incentivare le tecnologie rinnovabili”. Troppe bugie in poche frasi. Intanto: i tempi previsti del primo Kw da fusione non sono mai, sostanzialmente, cambiati. Il 2050 per la prospettiva di una sorgente di energia illimitata è in termini di pianificazione energetica perfettamente in linea con le esigenze. Nel 2050, le previsioni ufficiali indicano il marcato declino delle fonti fossili, il netto aumento della domanda di energia e l’insufficiente copertura dei consumi attraverso le rinnovabili. La decarbonizzazione come totale sostituzione delle fonti fossili comincia ad apparire non solo terribilmente costosa ma, soprattutto, infattibile. Persino negli scenari “militanti”, avventurosi e azzardati, della letteratura verde. Greenpeace presume, al 2050, una penetrazione delle energie rinnovabili all’80 per cento del consumo energetico globale. Intanto: non c’è totale sostituibilità delle fonti fossili. E c’è un non detto. La plausibilità dei numeri di Greenpeace sconta tre condizioni implicite: il contenimento dei consumi di energia ai livelli attuali (una catastrofe per i poveri del mondo e per i paesi in sviluppo); il mantenimento del contributo attuale dell’energia nucleare da fissione (17 per cento); una decrescita del Pil. Le fonti rinnovabili, si conferma, non sono sostitutive delle fonti convenzionali. La prospettiva di un contenimento dei consumi e di un freno allo sviluppo, nella visione dei Verdi, fa assumere al 2050 i caratteri di una deadline avvilente e sconfortante. Ancor più se ci si arriva senza la prospettiva, per la seconda parte del secolo, di una nuova fonte di energia, veramente sostitutiva di quelle convenzionali. Un mondo lento e al buio.
Per fortuna c’è la fusione nucleare. A che punto è? Nel 2025 l’impianto Iter di Cadarache avvierà l’ignizione del primo plasma, il fluido di atomi di idrogeno ionizzato che è il motore della fusione. L’obiettivo è raggiungere una reazione di fusione stabile, a una potenza di 500 mw, che duri più di 60 minuti e che sia esotermica: rilasci, cioè, più energia di quanta ne occorre per produrre il plasma e farlo autoalimentare. Le prove a Cadarache dureranno 10 anni. Nel 2035 si passerà al prototipo Demo che testerà la generazione di energia elettrica in rete. Energia pulita per definizione. Cos’è, in buona sostanza, la fusione nucleare? Niente di più, come in ogni centrale di generazione, che produzione di calore (da un fluido caldo) che, trasformato in vapore, alimenta una turbina e converte energia cinetica in elettricità. Banale. Solo che, nella fusione, il meccanismo di produzione del calore cambia. E riproduce quello, efficiente e copioso, del motore delle stelle: la fusione di due nuclei leggeri di idrogeno (il primo elemento della tavola atomica) che produce elio (il secondo elemento della tavola atomica, un gas inerte e innocuo) e rilascia un quantitativo libero di energia (sotto forma di neutroni veloci ed energia termica). Cosa ha in più un reattore di fusione rispetto a ogni altro reattore termico, a combustibili fossili o nucleare di fissione? L’enorme efficienza.
La reazione di fusione di due nuclei leggeri di idrogeno, sotto forma dei due isotopi di esso, deuterio e trizio, libera circa l’80 per cento dell’energia contenuta nei due nuclei originari (energia di legame). Si tratta di una quantità di energia enorme se paragonata a quella rilasciata dalle reazioni atomiche (ogni energia è atomica) nei processi chimici di combustione (gas, carbone, olio) o dalla fissione dell’uranio (centrali nucleari tradizionali). In queste ultime, ad esempio, che pure rilasciano energia in quantità imparagonabile ai processi combustivi convenzionali (centrali fossili) la reazione di fissione rilascia appena l’1 per cento dell’energia di legame degli atomi di uranio. Nulla paragonato all’80 per cento della reazione di fusione degli isotopi di idrogeno. Di qui il miraggio della fusione nucleare: ancor più che nella fissione nucleare, una minuscola quantità di materia libera un immenso contenuto di energia. Basterà un solo chilogrammo di gas di isotopi di idrogeno per produrre l’equivalente di migliaia e migliaia di tonnellate di carbone, di gas naturale, di petrolio. Efficienza immensa in termini energetici. E combustibile disponibile in quantità illimitate: il deuterio è nell’acqua degli oceani, il trizio si ricava dal litio, elemento diffusissimo nella crosta terrestre. E senza prodotti di scarto. A differenza delle centrali termiche convenzionali una centrale a fusione non ha emissioni inquinanti. Nel reattore a fusione non reagisce altro che idrogeno, l’elemento più semplice in natura. E le cui reazioni energetiche, non essendoci in gioco composti chimici, come idrocarburi, carbone, o elementi pesanti come l’uranio, non producono scarti, prodotti tossici, scorie radioattive o altri composti. L’elio, il solo prodotto della fusione, è un gas leggero, inerte e innocuo. La radioattività, in una centrale a fusione, è limitata al trattamento, già in operazione, dei materiali del reattore attivati dal flusso neutronico e allo stoccaggio del trizio (che decade con un tempo di 12 anni): un’operazione, questa riguardante gli isotopi radioattivi leggeri, che è oggi comune a ogni ospedale o servizio che utilizza isotopi per diagnosi e cura. Infine, le reazioni nucleari di fusione non funzionano a catena come quelle di fissione: se non è alimentato il flusso del plasma, si blocca. Basta staccare la corrente. Si realizza il principio della sicurezza intrinseca e passiva.
E' ormai acclarato: le fonti rinnovabili non sono sostitutive delle fonti convenzionali. Le stime di Greenpeace sono implausibili I problemi che la fusione deve risolvere non riguardano, dunque, pulizia e sicurezza. Ma residui dilemmi fisici, meccanici e di ingegneria. E, fondamentalmente, uno: la gestione delle enormi temperature che si raggiungeranno nel plasma. Su questo si concentrerà l’attività dell’impianto italiano. Il problema principale è l’impatto del calore sui materiali del reattore. Nel reattore solare la fusione nucleare è il concorso di quattro fattori: l’immensa gravità, la temperatura e il tempo (probabilità) a disposizione per le reazioni. Il motore stellare impiega, infatti, un tempo enorme per ogni singola fusione. Il Sole vivrà 10 miliardi di anni, prima di esaurirsi, proprio per la lentezza con cui brucia i nuclei atomici di cui dispone. Potendo contare sul tempo, sulla gravità che schiaccia e avvicina i nuclei, sulla energia cinetica che porta i nuclei a toccarsi vincendo la repulsione elettrostatica, il Sole ha bisogno di una temperatura di “soli” 15 milioni di gradi per la fusione. Ma sulla Terra? Il reattore terrestre non avrà’ a disposizione la stessa gravità, pressione e tempo di una stella. Dovrà contare, per avere reazioni di fusione, su un solo fattore producibile artificialmente: la temperatura. I calcoli dicono che occorrerà, nel reattore terrestre, raggiungere i 100 milioni di gradi, una temperatura sei volte superiore a quella del centro del sole. Nessuno spavento. Si intende la temperatura locale del plasma e quella delle particelle puntuali che devono reagire tra loro. La fisica insegna sul come ingabbiare, isolare e contenere, in modo inesorabile, il plasma caldo, la ciambella di fluido di idrogeno ionizzato (atomi dissociati in nuclei ed elettroni) in cui avverranno le fusioni.
Nei reattori tokamak (il nome russo della tecnologia prescelta per Iter e Dtt) il plasma caldissimo fluisce racchiuso entro un contenitore toroidale (a forma di ciambella), avvolto, imprigionato e irregimentato da campi magnetici (come quelli che guidano i fasci di particelle ad alte temperature che corrono nei grandi acceleratori, come l’Lhc del Cern di Ginevra). Una tecnologia, tra l’altro, in cui l’industria italiana primeggia. L’impianto Dtt, cui si candida l’Italia, dovrà testare questo fattore decisivo: la capacità delle pareti della macchina di fusione di sopportare gli enormi carichi elettrici e termici. A partire dal divertore, il componente in tungsteno a diretto contatto con il plasma nel reattore. Non esistono attualmente materiali testati alle temperature del plasma di fusione. Immaginiamo le incredibili ricadute industriali (paragonabili a quelle derivate, ad esempio, dall’avventura lunare dei programmi Apollo alla fine degli anni 60 o dell’industria dei semiconduttori, dei compositi e delle nuove plastiche). Ogni vera rivoluzione tecnologica e dei consumi è segnata, innanzitutto, dall’innovazione di nuovi materiali. La fusione nucleare non è solo una innovazione radicale in campo energetico. E’ una rivoluzione che pervaderà l’intero spettro degli utilizzi tecnologici di nuovi materiali. Sarebbe davvero mortificante e delittuoso lasciarsi scappare, per il consueto e provinciale nimby, questa enorme opportunità.

domenica 24 dicembre 2017

La negazione

Quale è il problema dell'Italia? Le culle vuote.
Il Papa e la Lorenzin chiedono più neonati, Renzi dona i bonus alle mamme incinte.
Qual'è il problema dell'Europa? Aumentare il Pil e consumi con più nascite e immigrati.
Il problema dell'Africa? Più nascite, più popolazione e abbattere le foreste per creare agricoltura e allevamento.
Molti dittatori africani lo dicono apertamente: aumentare le nascite aumenta emigrazione e rimesse.
Il Papa benedice l'accoglienza e la fertilità delle coppie. La Chiesa proibisce la contraccezione.
Trump condanna l'aborto e incentiva le nascite.
La Cina chiude con il figlio unico: si può tornare a crescere.
I paesi islamici fanno politica di potenza con i tassi di natalità. "L'Islam vincerà con gli uteri delle nostre donne" è lo slogan degli Imam.
Tutto il mondo è in un delirio demografico: crescere crescere crescere.
E il pianeta muore. Per troppa antropizzazione. Ormai l'uomo è il cancro della Terra e sta uccidendo la natura.
Sebbene tutti se ne accorgano, nessuno denuncia apertamente la spaventosa trasformazione del pianeta. La considerano un dato di fatto, una conseguenza naturale dello sviluppo della civiltà. Le città crescono a dismisura e si avviano a divenire megalopoli. In oriente, ma anche in Europa, nelle Americhe, in Africa, le grandi città si avviano ai dieci milioni, alcune ai venti milioni di abitanti. Pechino con i centri metropolitani periferici si sta avviando ad un mostruoso record: 100 milioni di abitanti. In Italia la pianura padana da Torino all'Emilia passando per Milano, è completamente antropizzata cone una unica futura megalopoli, mettendo in crisi l'agricoltura e con tassi di inquinamento ambientali che possono competere con quelli di New Deli.
Le foreste dell'Asia e dell'Africa stanno facendo la fine che fecero le foreste europee. Presto le savane africane saranno terreni arati e pascoli o periferie di città con strade e tanto cemento. Spariranno l'Elefante e gli altri animali selvaggi, ormai confinati nelle riserve. Ma queste possono solo rallentare l'estinzione, la condanna di tante specie è già scritta nei tassi di natalità di Homo. Sparizione degli animali autoctoni, ferrovie e strade, cemento e infrastrutture sono il futuro prossimo di un continente che passerà da uno a quattro miliardi entro questo secolo. Nessuno si accorge (o finge di non accorgersi) che le imponenti migrazioni in atto sono solo la conseguenza di questa esplosione demografica e che tutta la geopolitica sarà sovvertita nel giro di pochi decenni. L'Europa sarà sempre meno legata alla sua storia e diventerà periferica rispetto alla potenza demografica africana e asiatica. Ma non si tratta della sopraffazione di una cultura sull'altra, perché sia la cultura di chi riceve che quella da cui partono i migranti verranno azzerate in favore della nuova cultura globale dei produttori-consumatori basata sulla produzione e sul consumo di massa. Una non-cultura senza valori e senza radici che uniforma il mondo.
La necessità di nutrire presto dieci miliardi di umani dovrà fare i conti con la riduzione dei terreni agricoli fertili e la scarsità delle fonti idriche e il riscaldamento del clima. Il ricorso ai fertilizzanti chimici e al cibo fatto con gli insetti non basterà a compensare la crescita demografica. Di fronte al disastro planetario c'è un silenzio assordante delle forze politiche e dei media. Nei talk show si discute delle più varie sciocchezze e si chiude gli occhi di fronte al problema dei problemi. C'è una paurosa negazione dell'esplosione demografica di Homo. Ma non è solo negazione della realtà, è anche delirio: il linguaggio del politicamente corretto vuole che ci si stracci le vesti per le culle vuote e si invochino misure per aumentare le nascite. Gli intellettuali tacciono, ma di questo non c'è da stupirsi, trattandosi di una classe di codini che seguono pedissequamente le imposizioni del potere e dell'ideologia dominante. Purtroppo, e questo è molto più grave, tacciono anche gli scienziati, legati come sono ai finanziamenti e alle carriere. C'è poi una remora interiore che deriva da una cultura secolare antropocentrica. Ma c'è anche una repressione del pensiero libero e responsabile da parte di poteri che tendono a criminalizzare chi non segue il pensiero unico antropocentrico dei diritti assoluti di Homo. La Chiesa e i preti spiccano ai primi posti in questa negazione del problema: per loro non si possono tollerare limiti alla crescita umana. Forse per loro è sopravvivenza, visto che prosperano con la miseria dei popoli, ma per il pianeta è il disastro. La grande finanza e il capitale spinge per i diritti umani ma non certo per filantropismo: più umani, più consumatori più affari più mercato più crescita più soldi. Solo pochi vedono il medio evo prossimo venturo di cui parlava già il club di Roma negli anni 70.
I Verdi volgono lo sguardo altrove, anche loro, anzi soprattutto loro negano il problema. Parlano di ridurre i consumi, ma non vedono da dove origina la catastrofe. Malati di ideologie considerano la distruzione dell'occidente un traguardo da raggiungere per un pianeta più giusto. Un pianeta morto sarà certamente privo di intollerabili diseguaglianze. La cecità di questi verdi è angosciante e a volte anche ridicola. Criticano la produzione industriale e il concetto di crescita economica ma non si rendono conto che la produzione industriale è figlia dell'esplosione demografica degli ultimi due secoli. Non si rendono conto che la crescita dell'inquinamento, della quantità di rifiuti, dei tossici e dei veleni, dell'anidride atmosferica è inevitabile portato della crescita della popolazione. Ancorati ai vecchi schemi marxisti e antropocentrici non vedono che la sovrappopolazione non è un banale fatto di numeri e di spazi (questo è quello che credono i mentecatti). Non è una misura della densità demografica. La sovrappopolazione è un concetto che riguarda il significato profondo della presenza della vita sul pianeta Terra: esprime la riduzione dell'uomo ad un essere vuoto senza più un rapporto con la natura da cui è nato e da cui trae senso, fino a farne una malattia che uccide tutta la vita terrestre. Un uomo ridotto a massa di nove o dieci miliardi di individui è una follia distruttiva e assassina verso le altre specie viventi. E' una massificazione che azzera ogni cultura: una massificazione che riguarda in primo luogo lo spirito, e poi anche la materia che compone la natura; quella natura che è la sostanza preziosa da preservare in questo piccolo frammento di universo.

venerdì 24 novembre 2017

Scenari demografici e sovrappopolazione

Riporto il seguente articolo di Jacopo Simonetta, uno dei pochi ambientalisti che si occupa di sovrappopolazione. Riguarda uno studio della National Accademy of Sciences americana sulle tendenze demografiche e il degrado ambientale e climatico. Molto interessanti sono alcune risultanze di proiezioni matematiche su quanto inciderebbe la politica del figlio unico - se immediatamente applicata- sulla dinamica demografica globale della specie Homo. Ugualmente interessante il risultato sull'influenza che avrebbero catastrofi che implicherebbero qualche miliardo di vittime, come guerre nucleari o megadisastri ambientali, sulla demografia. A quanto sembra, secondo i modelli matematici riportati, questi eventi avrebbero un basso impatto e sarebbero presto annullati dalla tendenza demografica a ristabilire le condizioni di crescita. Personalmente diffido sempre di questi studi fatti da statistici con impostazione tecnico-matematica su una materia che secondo me non risponde ai consueti modelli con cui si costruiscono le curve demografiche. In parte questi limiti sono riconosciuti dagli stessi studiosi: loro stessi dicono infatti di riferirsi alla terra come ad un unico ambiente globale senza distinzioni locali. Questo porta a sottostimare le differenze demografiche tra zona e zona e tra popolazioni di diverse culture ed economie. Inoltre queste stime non tengono conto di fattori precipuamente umani che non sono comparabili con la crescita demografica di popolazioni animali. Non e' un caso che tutti gli studi demografici nell'ultimo secolo abbiamo sbagliato nel sottostimare la esplosione demografica della specie Homo e che gli esperti dell'Onu, per fare l'esempio più lampante, siano stati costretti a continue correzioni delle loro curve di crescita. Esse infatti vedevano sempre una transizione demografica che nella realtà' non c'e' mai stata e che hanno continuamente rimandata fino all'ultima previsione che ha spostato la transizione a dopo il 2150. Nel frattempo l'esplosione demografica di Homo continua indisturbata in un mondo che si sta avviando verso un degrado ambientale irreversibile.Un altro limite dello studio riportato da Simonetta e' nel fatto che gli esperti della Accademy non considerano le epocali migrazioni che stanno cambiando il mondo contemporaneo. Le migrazioni hanno un impatto enorme sulla crescita globale della popolazione, pur essendo fenomeni legati a situazioni economiche e realta' geografiche particolari. Le migrazioni infatti non sono semplici spostamenti di individui: esse implicano fenomeni economici, psicologici e sociali complessi che portano ad aumentare la crescita demografica sia dei luoghi di partenza sia nelle realta' di arrivo. Infatti nel luogo di partenza, dove senza la migrazione dei giovani entrerebbero in gioco fattori di risorse locali a limitare la natalità', la migrazione rende irrilevante la carenza di cibo e di risorse locali ed anzi genera aspettative economiche e nuove disponibilità' di risorse per le rimesse degli emigrati e gli scambi conseguenti. Questo contribuisce all'aumento dei tassi di natalità' in zone di sottosviluppo. Allo stesso tempo nei paesi di arrivo i migranti portano con se le culture di provenienza (fortemente nataliste) e problemi identitari che favoriscono la natalità' nelle enclave sociali di appartenenza. Il risultato e' una crescita esponenziale globale della popolazione sia nei luoghi di partenza che nei luoghi di arrivo. Tutto questo in un mondo che vede depauperare ogni giorno la biodiversità' con la scomparsa di migliaia di specie e dell'ambiente che le sosteneva (come sta avvenendo in Africa). Gli esperti americani raccomandano di affidarsi, in attesa di politiche sulla natalità' di la da venire e che oggi sono completamente trascurate e i cui effetti comunque si avrebbero solo dopo decine e decine di anni, alla limitazione dei consumi. Ma anche questo e' un azzardo. In primo luogo per la difficoltà' di realizzare politiche in grado di ridurre in maniera efficace i consumi generali di una popolazione globale in crescita esponenziale. Senza contare la impossibilita' di eliminare la corsa allo sviluppo di paesi che fino ad oggi hanno vissuto nel sottosviluppo ed aspirano allo stile di vita occidentale. In secondo luogo non si conoscono quali conseguenze economiche e tecnologiche potranno derivare da una minore disponibilità' di risorse conseguenti alla riduzione dei consumi su scala planetaria. Una decrescita economica e un arretramento tecnologico potrebbero infatti portare ad un aggravamento del problema ambientale e climatico, piuttosto che ad una soluzione. Nessuno degli esperti demografi che parlano di transizione demografica hanno fino ad ora dato risposte adeguate.
PILLOLE DEMOGRAFICHE 4 – LA BOMBA DEMOGRAFICA È SCOPPIATA, E ORA? 23 NOVEMBRE 2017 JACOPO SIMONETTA
di Jacopo Simonetta
Nelle pillole scorse abbiamo dato un sommario sguardo alla teoria della transizione demografica e ad un paio di casi reali, non molto in linea con essa. Prima di proseguire questa carrellata con alcuni altri esempi, propongo una pausa di riflessione per discutere un interessante articolo recentemente apparso sull’autorevole rivista “Proceedings of the National Accademy of Sciences of the United States of America” (abbreviato PNAS) dal titolo “La riduzione della popolazione umana non è un rimedio rapido per i problemi ambientali“. Raccomandando a chiunque di leggere l’originale, tirerò per prima cosa le somme di questo lavoro, per poi fare cenno a cosa manca. Lacune peraltro dichiarate e spiegate nell’articolo stesso.
Quello che dice l’articolo si compone di tre parti. Nella prima gli autori hanno testato mediante dei modelli matematici quali effetti demografici avrebbero riduzioni nel tasso globale di natalità, ferme restando le altre condizioni (tasso di incremento della aspettativa di vita media e saldo migratorio zero – ovviamente visto che si tratta di proiezioni a livello globale). Il risultato era abbastanza scontato: riduzioni anche estreme, tipo un solo figlio per donna come media mondiale, avrebbero effetti trascurabili nell’immediato e modesti nel giro di decenni; mentre diventerebbero molto importanti dopo una settantina di anni. Nella fig. 1 si riassumono gli scenari delineati, come si vede solo lo scenario 4 (declino della natalità ad un solo figlio per donna a partire dal 2045 e aspettativa di vita media costante sui valori del 2013) comporterebbe un sensibile rallentamento della crescita in tempi brevi e una riduzione della popolazione a 4 miliardi di persone al 2100. In compenso, proiettando i risultati su tempi appena più lunghi (2130) si vedrebbero risultati abbastanza sconvolgenti.
Una seconda serie di prove ha testato l’effetto che avrebbero catastrofi bibliche, in grado di spazzare via miliardi di persone nel giro di pochi anni. Ebbene, qualcuno sarà sorpreso, ma il risultato è che avrebbero un impatto trascurabile. Perfino un ipotetica pandemia che sterminasse 2 miliardi di persone non ridurrebbe gran che la popolazione sui tempi lunghi. Una catastrofe da 6 miliardi di morti nel 2040 significherebbe comunque oltre 5 miliardi di persone nel 2100. Ovviamente nell’ipotesi che, nel frattempo, i parametri di natalità e mortalità restassero quelli attuali. Il risultato è teorico, ma attendibile. Per citare un solo caso, il XX secolo è stato quello che ha visto la maggiore crescita demografica della storia della nostra specie, ad onta di un’infinità di guerre fra cui le due più terribili di sempre, epidemie carestie assortite, nonché Hitler, Stalin, Mao e vari loro imitatori.
Infine, gli autori hanno ripartito il mondo in 14 regioni dal comportamento demografico relativamente omogeneo ed hanno confrontato questa ripartizione con la distribuzione delle zone in cui si trovano i massimi livelli di biodiversità a livello globale. Ne è risultato un quadro abbastanza fosco, con la situazione peggiore di tutte in Africa; continente in cui l’altissima crescita demografica sta comportando una distruzione particolarmente rapida di biodiversità
Nelle conclusioni, si afferma quindi che occorre assolutamente rilanciare a tutti i livelli le politiche di controllo e riduzione delle nascite, ma che questo sarà inutile se, contemporaneamente, non si ridurranno drasticamente i consumi pro-capite che, negli ultimi decenni, sono invece aumentati ben più rapidamente della popolazione. Una conclusione corretta, ma incompleta.
Quello che non dice
Per quanto riguarda la prima parte del lavoro, la principale lacuna, peraltro dichiarata, è il tasso di mortalità. Gli autori hanno cioè indagato gli effetti sia di una catastrofe biblica che di modeste variazioni nella natalità e nella mortalità infantile. Ma non le conseguenze di un incremento di uno o due punti percentuali nella mortalità degli adulti. In altre parole, si è dato per scontato che l’attuale tendenza all’incremento dell’aspettativa di vita prosegua secondo la tendenza attuale; oppure che si stabilizzi. Ma non si è presa in considerazione l’ipotesi di una sua riduzione sul lungo periodo. Come se l’aspettativa di vita fosse indipendente dall’evolvere delle condizioni economiche, ambientali e sociali. Dunque, invece di immaginare pestilenze globali e guerre nucleari, proviamo semplicemente ad ipotizzare che quella “stagnazione secolare” di cui parla l’FMI gradualmente coinvolga tutte le principali economie del mondo. Significherebbe il diffondersi e moltiplicarsi di situazioni analoghe a quelle già viste nell’ex URSS (v. pillola prossima ventura) durante gli anni ’90 o, attualmente, in parecchi paesi anche occidentali; pur senza arrivare alla gravità di situazioni come quella attuale in Venezuela. Aggiungiamoci crisi umanitarie analoghe a quelle attualmente in corso, ma in un contesto di minori disponibilità di intervento da parte della comunità internazionale; poi una riduzione dei servizi sanitari gratuiti e l’effetto cumulativo dell’inquinamento. Non appare fantascientifico ipotizzare un incremento del tasso di mortalità di 2-3 punti percentuali che, associato al proseguimento dell’attuale riduzione della natalità, comporterebbe il dimezzamento della popolazione in molto meno di un secolo. E senza neppure scomodare il 4 cavalieri dell’Apocalisse.
Una seconda osservazione riguarda l’analisi relativa alle possibili grandi calamità. Che, di solito, catastrofi repentine non abbiano impatti demografici duraturi è un fatto storicamente confermato. Anzi, a seguito di guerre ed epidemie, spesso si verificano significativi rimbalzi di natalità (v. il caso cinese pillola 2). Tuttavia, sia gli esempi storici che i modelli matematici, riguardano popolazioni in crescita, colpite da momentanee catastrofi. Dal momento che la natalità è fortemente influenzata da fattori sociali e psicologici (oltre che economici ed ambientali), non possiamo sapere che effetto avrebbe una calamità biblica su di una popolazione che è già in contrazione per altre cause. La gente potrebbe infatti reagire in modo tradizionale, con un ritorno di natalità, ma potrebbe anche reagire in altro modo. Tanto più che la morte di miliardi di persone, specie se in paesi industrializzati e specie se per causa bellica, si accompagnerebbe ad un tracollo irreversibile dell’economia globale. Cosa che contribuirebbe a mantenere elevata la mortalità e (forse) a mantenere bassa la natalità anche ad emergenza finita.
Infine, per quanto riguarda la dinamica regionale, lo studio pubblicato su PNAS dichiaratamente trascura l’effetto delle migrazioni in quanto dipendente soprattutto da fattori politici e militari del tutto imprevedibili. Il che è vero, ma le migrazioni rappresentano il fattore demografico determinante nel mondo attuale e prossimo venturo. Trascurarle significa girare largo da una mina politica, ma anche dal nocciolo della questione.
Lacuna eguale e contraria
Può essere interessante confrontare i risultati dello studio in questione con il blasonatissimo “Limiti della Crescita” (LdS). Malgrado la veneranda età, questo rimane infatti ancora lo studio più completo disponibile, proprio perché centrato sull’interazione tra fattori economici, ambientali e demografici. Inoltre, caso raro, le sue anticipazioni sono state finora sostanzialmente confermate dai fatti. Eppure contiene un errore strutturale analogo, ma contrario, a quello dell’articolo sul PNAS. Nel modello Word3 (cuore dello studio LdS) fu infatti incorporata la teoria della “Transizione demografica” che prevede, in caso di crescita economica, un calo sia della natalità che della mortalità cosicché la popolazione dapprima cresce e poi si stabilizza. Viceversa, in caso di crisi economica grave e persistente, prevede un aumento di entrambe, sia pure con un prevalere della mortalità, cosicché la popolazione diminuisce lentamente. Sulla base di ciò, LdS propone uno scenario base con l’inizio di una irreversibile contrazione economica fra il 2020 ed il 2030 circa, seguita da un picco demografico circa 10 anni più tardi, cui dovrebbe seguire una lenta decrescita. Oggi sappiamo però che, almeno in molti casi, ad un peggioramento delle condizioni economiche e sociali fa riscontro sia un aumento della mortalità, sia un calo della natalità (v. ad esempio la Russia anni ’90). Anzi, almeno in alcuni casi documentati (fra cui l’Italia) il calo della natalità si verifica già a livelli di crisi troppo lievi per provocare aumenti sensibili della mortalità. Tornando quindi allo scenario BAU di Word3 (fig.4), sarebbe quindi perfettamente plausibile ipotizzare un calo della popolazione molto più rapido di quello indicato dalle curve, almeno in vaste regioni della Terra. Personalmente, anzi, ritengo che questo sia lo scenario più probabile, anche se non azzardo profezie.
Tirando le somme
La bomba demografica ci sta scoppiando sotto il naso proprio ora ed ha appena cominciato a farci male. Il “meglio” deve arrivare ed arriverà. Su di una cosa gli autori dell’articolo sul PNAS hanno perfettamente ragione: non ne usciremo alla svelta. Qualunque scenario minimamente realistico indica oltre il secolo venturo un possibile ritorno entro densità umane forse sostenibili. Sempre che, nel frattempo, clima e biosfera non siano collassati perché, se ciò accadesse, l’estinzione della nostra specie potrebbe anche verificarsi. Probabilmente, un’ipotetica ecatombe nucleare o d’altro genere non avrebbe effetti demografici duraturi, anzi potrebbe provocare un riflusso di natalità. La popolazione non tenderà a stabilizzarsi, bensì a diminuire, ma non in modo omogeneo. Ciò, unitamente agli altri fattori (climatici, ambientali, politici ecc.), renderà la questione delle migrazioni uno dei temi su cui si giocherà la sopravvivenza delle società. Quello che stiamo vedendo oggi non è che il “lieve vento” che precede la tempesta. Che cosa ha senso fare?
Soprattutto evitare il “benaltrismo”. Cioè lo scarica barile fra chi vuole fare una cosa e chi un’altra: se vogliamo sperare di controllare almeno in parte ciò che accadrà nei prossimi decenni, sono molte le cose che dovremo fare contemporaneamente.
Secondo me, le principali emergenze sono salvare il salvabile del clima e della biosfera, in modo che il pianeta sia ancora abitabile fra un secolo o due. Dunque ogni forma di riduzione volontaria della natalità ha perfettamente senso ed i molti paesi è prioritario, ma darà dei risultati tangibili fra decenni e non possiamo permetterci di aspettare senza far altro.
Un secondo ordine di cose urgenti da fare riguarda quindi la riduzione dei finanziamenti alla vecchiaia per aumentare quelli alla gioventù. In tutto il mondo occidentale e non solo, i vecchi possiedono la quasi totalità del capitale e la maggior parte dei redditi, oltre che beneficiare della principale fetta dei finanziamenti pubblici (sanità, pensioni, sgravi e sconti vari, ecc.). Aveva senso quando i vecchi erano mediamente più poveri dei giovani, non ora che è il contrario. Non dico che bisognerebbe uccidere qualcuno, dico solo che una società che si dissangua per prolungare di qualche mese la vita di un vecchio, anziché investire per preparare e far lavorare un giovane non intende durare a lungo. Poi ci sono una serie di provvedimenti che potrebbero rallentare il peggioramento del clima ed il collasso della Biosfera a partire da subito. In estrema sintesi, ridurre i consumi, ridurre i consumi e ridurre i consumi. Quindi tutta una serie di interventi attivi per conservare la biodiversità, i suoli e l’acqua. Infine, altro punto dolente: garantire entro i limiti del possibile la sicurezza delle proprie frontiere. Il che non significa sigillarle (non sarebbe neppure possibile), ma significa avere un sostanziale controllo sui flussi in entrata ed in uscita. Ma significa anche essere in grado di dissuadere i potenziali aggressori in un mondo in cui le guerre regionali si moltiplicano e si ricomincia a temere perfino una guerra globale. Tutte cose che richiederebbero un drastico cambio di rotta non solo alla politica, ma soprattutto al nostro modo di pensare. Per ora non pare che ne abbiamo.

domenica 12 novembre 2017

Conferenza a Roma su permacultura urbana e decrescita

(Principi della Permacultura in una slide mostrata ieri alla Conferenza)
Si e' tenuta ieri 11 Novembre 2017 a Roma (ex mattatoio di Testaccio) la conferenza del Movimento della Decrescita Felice dedicata alla Permacultura urbana. Relatore uno che si occupa direttamente di permacultura e offre corsi di formazione nel campo: Andrea Pavan, consulente agro-ambientale. Ho assistito alla conferenza con l'intento di accertare se venisse trattato in qualche modo il tema della sovrappopolazione. Come era prevedibile, data l'impostazione ideologica del Movimento della decrescita felice, al tema non si e' fatto alcun accenno. Nel contempo e' stato possibile farmi un'idea del movimento della decrescita almeno qui in Italia e delle difficoltà' teoriche e pratiche che lo attraversano. Infatti il relatore ed i partecipanti hanno definito il movimento non tanto dal punto di vista politico ed ideologico (cosa che esporrebbe in primo piano tutte le difficoltà' che nel mondo attuale si oppongono ed impediscono uno sbocco positivo), ma dal punto di vista pratico, del comportamento delle singole persone che si riconoscono nelle idee e nei valori della decrescita felice. Su questo, pur con tutte le critiche e perplessita' che posso personalmente rivolgere alla teoria della decrescita, non posso che concordare positivamente: attualmente il movimento della decrescita e' una posizione etica, una visione che riguarda l'atteggiamento individuale e i propri comportamenti verso gli altri uomini e la natura al tempo del collasso generale dell'ambiente planetario. I giovani che si riconoscono nel movimento sono persone positive che rifiutano i canoni comportamentali del consumismo fine a se stesso e della visione produttivistica basata sulla ideologia dell' Homo Faber. Pavan ha sottolineato come questo rifiuto del comportamento umano prevalente basato sulla volontà' di intervenire sulla natura, di trasformare il mondo, di produrre merci, di generare concorrenza e consumo di risorse, polluzioni e rifiuti, sia nella loro weltschauung una misura individuale, un metodo di rapportarsi concreto di ciascuno di noi con le cose e le persone, più' che una ideologia con cui interpretare e modificare i grandi sistemi.
Che cosa e' la permacultura?
(prima si parlava di permacoltura; oggi valutandone le implicazioni comportamentali verso ogni aspetto della vita di tutti i giorni si preferisce parlare di permacultura). La permacultura e' un nuovo modo di produrre il cibo e di organizzare la propria vita a livello individuale. Si basa su comportamenti pratici, ricorrendo alla coltura personale o familiare direttamente nel proprio domicilio o nelle vicinanze, secondo criteri di natura, di piante e frutti evitando l'utilizzo di tecnologia e prodotti chimici, e alla costruzione materiale fatta con le proprie mani degli oggetti di cui necessitiamo ogni giorno evitando il ricorso a prodotti pre-confezionati dal sistema industriale e tecnologico dominante. Per questo scopo la raccomandazione e' di seguire i ritmi e le leggi della natura senza interventi artificiali: molto interessanti le foto mostrate in cui si vede come gli orti creati secondo la mancanza di regole della permacultura sono caotici, spontanei, senza le ordinazioni spaziali di quelli basati sulla chimica e le tecnologie. Si tratta di sistemi naturali in grado di "funzionare" autonomamente: dopo qualche anno non necessitano di semine artificiali ma si basano sulla crescita per inseminazione naturale come ad esempio per le cipolle e le patate. I sistemi di irrigazione sfruttano l'acqua piovana raccolta dai tetti e nelle vasche e recipienti limitrofi alle colture. Interessante e' stata la discussione sorta tra pubblico e relatore su come considerare le erbe infestanti o l'edera che cresce su un tronco d'albero (anche da frutto): si tratta di infestazione da eliminare o invece l'edera rappresenta l' "intenzione" della natura di riprendersi un territorio in cui quel tipo di albero non era previsto? Va lasciata liberta' alla natura o va privilegiato l'intervento umano volto a soddisfare esigenze proprie dell'uomo? Qui la discussione ha preso un risvolto filosofico: e' lecito attribuire alla natura una intenzionalità ? L'azione umana rappresenta qualcosa di artificiale (e quindi fuori dalla natura) o fa parte anche essa della natura visto che l'uomo appartiene al mondo animale? Pavan ha sottolineato come si debba privilegiare la spontaneita' della natura sugli interventi umani; a tal proposito racconta di essere stato punto da un ragno cresciuto nel suo orto naturale privo di antiparassitari chimici, e di averne provato soddisfazione come controprova di una natura spontanea che esprime se stessa. Ma torniamo alla permacultura. Gli oggetti della casa (tavoli, sedie, letto ecc.) sono costruiti manualmente con il riutilizzo di pezzi e con legno, la pulizia della casa non usa prodotti chimici ma gli EM di colture batteriche specifiche per lo scopo. E' previsto il compostaggio dei liquami dei bagni per l'uso come fertilizzanti. L'energia deriva ovviamente da fonti naturali rinnovabili senza alcun ricorso agli idrocarburi. Tutto questo rapportato su scala cittadina genera, nella visione dei decrescitari, un vivere solidale, di comunità' in cui l'unione delle forze dei singoli e delle famiglie crea una convivenza più' naturale ed ecosostenibile, autosufficiente nei propri consumi e non impattante sul sistema ambiente. I rifiuti cittadini, che Pavan definisce l'ano della comunità' cittadina, ci danno indicazioni sui comportamenti da modificare, su quelli da rafforzare, sulle scelte da fare. Tutto si basa sull'economia del riciclo che tende a riutilizzare, a recuperare (dai vuoti delle bibite e del latte, dal vetro al metallo, alla carta, ai rifiuti organici) senza impattare sull'ambiente naturale.
In conclusione cosa si può dire su questo movimento che pare avere una certa presa su una parte, ancora molto minoritaria, di pubblico?
L'impressione generale e' che si tratta di utopisti. Di gente che crede che il ritorno in agricoltura ma anche in ogni altro ambito della vita civile, a cicli naturali e privi del sistema produttivo industriale moderno, sia possibile partendo dai comportamenti dei singoli individui. Un atteggiamento anti-consumistico che viene mitizzato con un afflato quasi religioso, ritenuto in grado di trasformare nel profondo la società' contemporanea. Il rifiuto tecnologico che sottende il discorso della decrescita vorrebbe assurgere a nuovo paradigma: creatività' al posto della tecnologia tradizionale della produzione industriale. Sul piano del comportamento etico individuale e collettivo al tempo del collasso ambientale questo puo' essere un valore. Ma quali sono gli aspetti economici e politici di queste scelte se portate sui grandi numeri e sull'organizzazione dei grandi sistemi come le megalopoli? Il movimento della decrescita rischia di rimanere una testimonianza, una ispirazione di pochi adepti che testimoniano un romantico sogno di una società' agreste in un mondo sempre più' dominato dai grandi poteri sovranazionali e dalla potenza della tecnica. Come si pone il rapporto tra anarchismo metodologico della decrescita con la scienza e la sua metodologia? Quali aporie si aprono per una visione del futuro basata su una scelta ideologica che si contraddice già' nella sua definizione di "decrescita felice"? Tutto il movimento ecologico si basa su aporie, basta ricordare quella di "crescita sostenibile". Ma qui siamo all'assurdo. Come e' possibile ipotizzare una decrescita (del Pil, economica, produttiva, tecnologica, organizzativa, di risorse energetiche, di cibo per il mancato uso di fertilizzanti e pesticidi) in un mondo che l'Onu prevede avviarsi verso gli 11 miliardi di abitanti dagli attuali 7 entro la fine del secolo? Minori risorse per un numero quasi doppio di abitanti: a cosa puo' portare tutto questo? Quali conseguenze economiche e sociali? Quali conseguenze politiche? Puo' bastare l'idea della solidarietà' e una sorta di comunitarismo (a differenza di quello marxista, questo del tutto indefinito) per compensare gli squilibri e le contraddizioni che si aprono? E poi infine: e' realmente fattibile una politica verso la decrescita che non riguardi le scelte individuali di poche persone, ma - per avere un senso per il pianeta- riguardi la stragrande maggioranza della specie umana? Pur con tutto il rispetto per le persone che in buona fede credono nella decrescita felice, la mia risposta a questi interrogativi e' negativa. E l'assenza assoluta dell'argomento della sovrappopolazione nel convegno di ieri mi conferma in questa mia posizione. Il pianeta non verra' salvato, se mai lo sarà', dagli utopisti della decrescita felice.

martedì 31 ottobre 2017

L'ennesima inutile denuncia degli esperti Onu

Sorpresa: nonostante l'applicazione degli accordi di Parigi la CO2 atmosferica continua a salire. Lo dice l'Organizzazione meteorologica mondiale (ONU), e specifica che in un anno -dal 2015 al 2016- il livello di CO2 nell'aria è passato da 400 ppm ai 403 ppm, un salto mai visto prima in un periodo così breve. Purtroppo per gli analisti ambientali Onu, democratici e progressisti, della cosa non si può incolpare Trump, infatti la rilevazione riguarda il 2016 ancora troppo presto perché la politica ambientale ed energetica del presidente americano possa aver sortito effetti.
Si passa allora ad incolpare generiche "attività umane" e addirittura "la forte presenza di El Nino". Cioè traducendo un po' semplicisticamente il pensiero degli esperti Onu: l'anidride è cresciuta perché "ha tirato vento...". Il segretario generale del Wmo, Petteri Taalas, dopo aver riferito questi dati, senza fare alcuna autocritica, passa alle solite previsioni: "Se non saranno ridotte drasticamente le emissioni di CO2 andremo incontro a un rapido aumento della temperatura entro la fine del secolo e ben oltre la soglia stabilita dagli accordi di Parigi sul clima". La verità è che tutti gli accordi fatti alle conferenze Cop che si sono succedute negli ultimi anni dal protocollo di Kyoto all'accordo di Parigi si sono dimostrati incapaci di influire minimamente sulla salita quasi verticale delle concentrazioni, anno dopo anno, della CO2 - come dimostra la grafica (visibile sotto il titolo di questo post) rilasciata dagli stessi analisti del Wmo.
E perché - ci si deve chiedere- tutti questi accordi e protocolli non hanno sortito effetto alcuno?
La risposta è di una semplicità disarmante: perché in nessuno di questi accordi si è preso in considerazione il centro del problema, l'origine da cui scaturiscono tutti gli effetti, ossia la spaventosa e inusitata crescita demografica della specie Homo che dalla seconda metà del 1700 fino ad oggi ha portato la Terra sull'orlo del collasso ambientale. Questo argomento è un tabù assoluto per gli esperti Onu interessati molto ai diritti di Homo, e per nulla ai diritti delle specie animali e vegetali e alla reale salvaguardia della natura. La visione antropocentrica che pone l'uomo al centro dell'Universo come padrone assoluto e incontrastato, ereditata dalle religioni e fatta propria dalla ideologia pseudodemocratica del politicamente corretto che oggi imperversa e domina sulla politica planetaria - vera e propria ideologia totalitaria che distrugge tutte le altre specie viventi e avvelena moralmente e fisicamente la natura del pianeta - ha impedito agli analisti Onu di vedere la verità che avevano davanti ma non volevano vedere. Si sono così limitati a volgere lo sguardo, come i dannati di Dante che camminano col collo torto, accusando solo gli effetti ma non guardano la causa: ecco allora che la colpa sono gli eccessi dei consumi, l'eccessivo uso degli idrocarburi in campo energetico, il capitalismo, il mercato, le guerre, le multinazionali, l'industria, le armi, il cibarsi di carne ( oggi i democratici e progressisti dell'Onu consigliano di mangiare vermi e cavallette...). E poi l'incredibile cieco richiamo ripetuto ossessivamente sia dall'Onu che dai vari governi "democratici" dei diritti solo diritti. Secondo costoro l'uomo è depositario assoluto di tutti i diritti lasciando al resto della natura tutti i doveri: quello delle specie viventi di scomparire per far posto al cancro umano in continua crescita, quello della natura e dell'ambiente di far da magazzino e risorsa fruibile secondo il piacere e la necessita dell'unico dominus: Homo. Purtroppo per gli esperti delle Nazioni Unite intervenire sugli effetti (i consumi) senza toccare l'origine dei problemi (la sovrappopolazione) non è solo molto difficile, è impossibile. Come dice Sartori in un suo articolo sul Corriere di qualche anno fa i consumi non si possono realisticamente ridurre se non riduciamo i consumatori: "i paesi poveri giustamente pretendono sviluppo, chi non ha mai visto la luce elettrica , ora la vuole; chi ha sofferto il freddo dell'inverno e il caldo dell'estate ora vuole riscaldamento e condizionatori; chi va in bicicletta aspira ad una motocicletta; chi mangiava solo riso ora vuole anche carne. Quindi l'aumento demografico comporta aumenti moltiplicati di cibo e comodità".
Pensare che tutto si risolva con il paradigma del ricorso alle rinnovabili è pura illusione. La curva della concentrazione della CO2 dataci dagli esperti Onu sta lì a dimostrarlo: nonostante il ricorso massiccio dell'occidente a queste tecnologie, costoso e poco produttivo (la crisi economica ha molto a che vedere con l'aumento dei prezzi dell'energia), la CO2 continua a salire anzi si impenna. Del resto Cina , India e gli altri grandi paesi questo lo sanno bene: nei vari accordi Cop hanno sempre rimandato di decenni l'abbandono di carbone e petrolio adducendo motivi economici.
La soluzione è lontana e forse è già troppo tardi. Nel frattempo gli esperti democratici e progressisti dell'Onu, specializzati nel politicamente corretto, continuano ad essere ciechi e sordi. Mentre il pianeta soffoca sotto otto miliardi di umani, gli esperti Onu vanno a misurare i fumi delle ciminiere e ad analizzare le fogne delle città. Dicendo che sono essi che inquinano. Non gli otto miliardi di umani...

mercoledì 4 ottobre 2017

La società eccitata

Ripropongo a distanza di cinque anni questo articolo, pubblicato in questo blog nel 2012. Nonostante la crisi economica abbia un poco spento alcuni entusiasmi della società “eccitata” lo ritengo ancora valido a cogliere certi aspetti della nostra società occidentale produttivista e iperconsumistica. Aspetti che fanno parte dell’essenza di questa società e che spiegano la piega distruttiva verso l’ambiente e che pongono a rischio la sopravvivenza del pianeta. Poiché i fondamenti della cultura e dell’economia contemporanea hanno assunto sempre di più i caratteri di una eccitazione consumistica fine a se stessa, come ben descritto nel libro di Christoph Turcke, prendere coscienza di questa distorsione autodistruttiva può contribuire a ricondurre la nostra società nei limiti dello sviluppo, come chiedeva il club di roma quaranta anni fa. L’articolo che qui ripropongo ha un piglio “letterario” e tuttavia non si può negare che esprime meglio di tanti testi “scientifici” alcune verità sgradevoli del nostro modo di vivere.
Ormai tutto avviene come in uno spot pubblicitario. In politica si parla per spot. In televisione si comunica per spot. Le vecchie lettere di una volta non esistono più; oggi ci sono le email o i post di facebook o i messaggi watsapp, che sono per lo più brevi spot comunicativi. Tutto l’agire umano è divenuto, come sostiene Habermas, un “agire comunicativo” che implica sempre meno uno scambio di contenuti e di "comprensioni", e sempre più apparenze e semplificazioni a base di spot. Il ragionamento, tra tutti questi spot, sta perdendo importanza ed è ormai sempre più raro. Le argomentazioni lunghe sono considerate noiose. La nostra società, afferma Christoph Turcke nel suo illuminante libro “LA SOCIETA’ ECCITATA”, è basata sulla Sensation che in tedesco corrente designa ciò che desta scalpore, interesse, curiosità. Tutto è basato sulla sensazione, e poiché le sensazioni predominanti in un mondo dove la cultura è principalmente televisiva e informatica, sono essenzialmente estetiche, tutto diviene estetica della sensazione, virtualità. La sensazione ha bisogno di automantenersi, non può mai ridurre la tonalità di funzione, pena la caduta in uno stato di depressione. La società contemporanea oscilla tra eccitazione eccessiva e depressione. La moderazione di pensiero e l’espressione basata sul ragionamento pacato è noiosa, fa vendere poco, non è competitiva, ed è quindi rapidamente eliminata dalla libera concorrenza. Per mantenersi a livelli alti, la sensation ha bisogno di nutrirsi di consumi e quindi trasforma il mondo in un televisore virtuale, in Werbung con cui la lingua tedesca designa la pubblicità, ma anche l’indaffaramento continuo, un lavorio continuo. Così la pubblicità delle merci diventa la pubblicità in assoluto e la percezione di ciò che desta sensazione diventa la percezione in assoluto. La società contemporanea oscilla tra la frenesia consumistica e la discarica, tutto ciò che sta in mezzo è azzerato. Il bello è acquistare la merce, utilizzarla stanca subito: il prodotto è già vecchio il giorno dopo averlo acquistato, è già un rifiuto potenziale. La velocità è un aspetto essenziale, la “sensation” si mantiene solo accelerando i messaggi e rinnovandoli continuamente. L’eccitazione è richiesta in tutti i campi. Tutti parlano in pubblico concitatamente, ci si esprime per spot, la tv, la radio, la politica è fatta di cose gridate, sensazionali, spot stupefacenti. L’attacco al nemico politico non è argomentato ma gridato, la manifestazione di una posizione politica è l’urlo.
Tutto il mondo diviene eccitato, l’equilibrio delle cose e la pacatezza non hanno più senso e luogo. Intere civiltà scompaiono dietro l’eccitazione del presente. Il mondo intero è un set in continua trasformazione, tutto va prodotto, sviscerato, ribaltato, demolito e ricostruito, fruito, utilizzato, spompato e poi ridotto a rifiuto e scaricato in discarica. Se si sta in casa bisogna accendere luci, televisori, computer, radio, hi-fi, cellulari, telefoni, frullatori, trapani. Ogni sosta è considerata sospetta. Una casa silenziosa allarma l’inquilinato: si chiamano i vigili del fuoco e la polizia. Un fracasso che ricomincia è un ritorno alla norma civile. Fuori ci si sposta correndo con gipponi come si fosse in guerra, o auto sportive, o moto rombanti, correndo vorticosamente da un posto all’altro. Il clacson non serve a chiedere strada ma a dimostrare l’esistenza, è una fenomenologia esistenziale. L’automobilista moderno ha corretto Cartesio: Cogito ergo suono. La frenesia eccitatoria non consente soste neanche quando si guida. Al volante si compulsa freneticamente lo schermo colorato del cellulare o, in alternativa, si scambiano sguardi aggressivi ai guidatori vicini, pronti alla lite. I nostri nonni facevano le vacanze raggiungendo lentamente paesi a pochi chilometri dalle città. Oggi si parte con aerei giganti per raggiungere velocemente ogni parte del globo alla ricerca di eccitazioni che distanze più brevi non assicurano.
Se si resta in città bisogna divertirsi, eccitarsi (pena la depressione): ed ecco allora stadi, teatri con urlatori, comici, guitti. Luna park sempre in attività, centri commerciali, piscine, scivoli, macchine volanti, piste da corsa, notti bianche, megaconcerti, fuochi artificiali. Le nostre città nelle notti estive lampeggiano per megaconcerti o fuochi artificiali come sotto bombardamenti virtuali. In inverno si raggiunge la montagna ed invece di rilassarsi e godersi la natura maestosa delle vette innevate, ecco la gente che sale su funivie, seggiovie, canestri sospesi nel vuoto, poi giù a capofitto in discese forsennate con sci ultratecnologici sulla neve per poi, raggiunta la valle, risalire velocemente per ributtarsi giù di nuovo alla ricerca di sensazioni sempre più forti. In ogni stagione ci si lancia con miniapparecchi parapendii e tutti a volteggiare mai sazi di Sensation. Sul mare motoscafi, yacht, aliscafi, sci d’acqua, moto d’acqua, pesca subacquea, windserf e via stimolando. Le spiagge sono diventate un parossismo espositorio di corpi, unti, massaggiati, spruzzati, curati, corpi rigorosamente eccitati. In questo delirio somatocentrico il corpo è il mezzo per mantenere sempre alto il livello sensitivo-sensoriale eccitatorio. Poiché l’invecchiamento raffredda gli spasimi, ecco che tutti cercano farmaci antiossidanti, conservanti, vitaminici, rassodanti. Si vedono vecchietti già affetti da stupor senile che cercano in farmacia pillole per effimere tumescenze. Anche le vecchine non rinunciano alla sensation e, tinte le chiome e vestite con colori abbaglianti, partono per mete esotiche fornite di creme emollienti per le pelli incartapecorite e di dollari che facciano dimenticare le ere trascorse.
Le palestre pullulano di aspiranti alla incorruttibilità e alla venustà perenne: i corpi sono costantemente ancorati a macchinari semoventi, a bilancieri oscillanti, ad aste pendenti, a pesi alternanti, a piombi gravanti, come in un inferno dantesco, sempre ingaggiati per un turgore muscolare che sconfina spesso nella tumefazione. Questa paranoia del corpo conduce poi gli eccitati a percorsi di vera espiazione attraverso tormenti sanitari che consistono in innesti, lembi, scorrimenti, infiltrazioni, sclerosi, filling, massovibrazioni, scuotimenti, tatuaggi e successive rimozioni con ustioni e piaghe, spaventosi interventi chirurgici con ablazioni sanguinarie e altrettanto violenti spostamenti di pezzi anatomici, oppure impianti protesici per lo più di masse siliconiche volte a surrogare ormai rinsecchite protuberanze esauste dal secondo principio della termodinamica e dallo scorrere del tempo, con finale inesorabile pendenza e mosceria irreversibile. Tutta la società contemporanea è un agitarsi infruttifero, un affaccendamento inoperoso che termina spesso nelle rianimazioni ospedaliere per infarti e collassi da stress. Siamo nell’era degli stent: ogni ostruzione di arterie esauste dai continui eccitamenti viene impiantata con stent volti ad assicurare la perenne vitalità di organi che chiedono solo riposo. La morte non rientra nel narcisismo agitatorio e consumistico, ed allora ecco la necessità di nasconderla, di non nominarla ( tizio …non è più, caio è scomparso…), di velocizzarla nelle sue necessità di rottamare la salma il più in fretta possibile, nel modo che dia meno nell’occhio. Unica licenza concessa alla contemporaneità: la pubblicità sulle pompe funebri, anch’essa a spot. Mogli e mariti si consumano come le altre cose, si fruiscono per il tempo necessario, poi vengono a noia e si cambiano. L’importante è consumare, consumare, consumare spinti dalla pubblicità e dall’eccitazione, e soddisfarsi nella polluzione finale di rifiuti come in una frenesia masturbatoria. Tutto si risolve in un ciclo continuo: vendita, consumo, rifiuto e discarica. Ma il pezzo forte è la vendita, tutto ruota sulla vendita, e l’acquisto è divenuto il rito più praticato dalle masse, che si recano –come una volta si recavano durante le festività nei templi della religione- nei centri commerciali, i nuovi templi del moderno dio: la merce.
Denaro e merce, tutto l’universo della società eccitata gira intorno a questo Giano bifronte. Il mondo si è così trasformato in un centro commerciale. E il supermercato è la metafora del mondo. Qui l’eccitazione è alle stelle: gli occhi cercano vogliosi nelle file disordinate di scatolette o tra gli imballi di plastica che a malapena lasciano riconoscere il contenuto. Anche le verdure o i prodotti della campagna non hanno più nulla di naturale. Ciò che conta è il colore delle confezioni. I clienti si affollano e si spintonano eccitati dalla merce come tanti topi intorno al formaggio. Gli ultimi prodotti tecnologici alla moda richiamano una eccitazione che ricorda quella religiosa. Masse roteanti si incanalano in file interminabili a vedere l'ultimo Iphone come le folle di fedeli alla Mecca intorno alla Ka'ba. A questa eccitazione generale non esiste scampo. Anche la cultura e l’ambiente diventa pubblicità e vendita. Tutti i luoghi del mondo che in passato destavano meraviglia sembrano divenuti set pubblicitari, finzioni sceniche, villaggi turistici artificiali. Nei luoghi più appartati e un tempo adatti alla riflessione meditativa, trovi ormai le luci sgargianti della pubblicità, hotel cinque stelle, piste artificiali, megastore, punti vendita, premi al miglior consumatore, e via virtualizzando. Le fiere imperversano ovunque al solo scopo di vendere cianfrusaglie o cibi preconfezionati. Se un luogo è ancora tranquillo e silenzioso è subito preda di speculatori eccitati dalla prospettiva di impiantarvi un centro commerciale o una trovata turistica. Mi trovavo tempo fa in un paesino della toscana con un piccolo centro termale. Lo avevo raggiunto di sera ed ero andato a dormire dopo una pizza, pregustandomi il giorno successivo la quiete del posto. Venni svegliato di primo mattino dal terribile perforante rumore di un trapano gigantesco: mi affacciai alla finestra e nella campagna davanti l’albergo vidi macchine scavatrici all’opera con rumori infernali. Era in costruzione l’ennesimo centro commerciale. Addio pace, pensai. Di fronte alla finestra un gigantesco cartellone pubblicitario con una ragazza in veste succinta che annunciava la “eccitante” novità.

mercoledì 27 settembre 2017

Con i Grunen tedeschi si chiude il ciclo del movimento dei verdi

E' la fine di un ciclo: quello del movimento verde mondiale. La malattia che uccide il movimento è la stessa che sta conducendo il pianeta alla distruzione: l'antropocentrismo, il mettere cioè l'uomo e le sue esigenze egoistiche di specie al centro e al di sopra di tutto, persino al di sopra della sopravvivenza dell'ambiente naturale e biologico che è al fondamento dell'esistenza dell'uomo stesso. Si tratta, per semplificare al massimo, di pura stupidità della scimmia autoproclamatasi Homo sapiens sapiens. Gli autori di questa definitiva chiusura della storia del movimento verde sono i Grunen tedeschi, il cui partito diviene essenziale per la costituzione del nuovo governo federale. Il movimento tedesco era l'unico sopravvissuto, tra i verdi europei, ormai quasi tutti scomparsi dietro lo zero virgola. In Germania, dove esso era relativamente forte con circa l'otto per cento, pur non ottenendo nelle elezioni tenutesi qualche giorno fa un buon risultato (è rimasto stabile), diviene essenziale con i suoi settanta deputati per la formazione del nuovo governo. Ma la partecipazione al governo e la realizzazione anche parziale del suo programma equivale alla sua fine e, con la sua, la fine del movimento verde mainstream. Vediamo infatti il suo programma: chiusura definitiva delle centrali nucleari tedesche e dei finanziamenti alla ricerca sul nucleare sicuro (compresa le centrali a fusione), chiusura delle centrali a carbone pulito e programma di riduzione ed estinzione dell'uso degli idrocarburi. Auto esclusivamente elettrica con la fine del motore a scoppio. Lotta al riscaldamento climatico con la riduzione dei consumi e ricorso esclusivo all'energia da rinnovabili da eolico e solare. Apertura completa all'accoglienza dei flussi di immigrati senza più distinzioni tra profughi ed immigrati economici. Estensione totale del sistema di Welfare a tutti, immigrati compresi.
Si tratta di un programma semplicemente nichilista, volto cioè alla distruzione della Germania e della civiltà occidentale. Si tratta di un programma che nega qualsiasi rapporto tra risorse e qualità della vita. Si tratta di un programma che ignora il motivo di fondo all'origine di tutti i problemi ambientali: gli eccessivi tassi di natalità della specie Homo e la sovrappopolazione planetaria.
Il programma di chiusura definitiva delle centrali nucleari avrà un costo stimato di circa 500 miliardi di euro. La Cancelliera Merkel, che lo aveva accettato in passato diluendolo però nell'arco di una ventina di anni, vi aveva fatto fronte accentuando l'uso delle centrali a carbone (cosidetto carbone pulito) e degli altri idrocarburi. Ma ora i verdi chiederanno l'accelerazione della fine del nucleare e la chiusura anche delle centrali a carbone. L'energia nel futuro dei tedeschi diventerà molto costosa, essendo insufficiente la produzione da rinnovabili (nonostante tutti gli incentivi e gli investimenti pubblici nel settore) e molto cara la sua produzione. Molta energia dovrà essere importata ad esempio dalla Francia e dall'Inghilterra che continuano ad investire sul nucleare, con aumento dei costi. Se a questo si aggiunge la richiesta dei verdi di aprire completamente le frontiere alla immigrazione libera si disegna uno scenario paradossale. All'aumento dei costi dell'energia e alla riduzione programmata dei consumi (il che equivale a dire una forte riduzione del PIL) si aggiungerà un forte aumento della popolazione residente, cioè più consumatori e più costi per welfare, assistenza e lavoro. Le città tedesche dovranno prevedere un aumento della richiesta di abitazioni, di nuovi edifici e infrastrutture per servizi (case popolari, scuole, ospedali, strade, ferrovie, mezzi di trasporto, terziario, strutture produttive e commerciali, rifiuti, discariche ecc.). La densità abitativa e la cementificazione cambieranno volto al già antropizzato territorio tedesco. L'assicurazione di sostegni economici e di servizi di welfare a tutti, indipendentemente dalla cittadinanza, secondo quanto chiedono i verdi tedeschi nel loro programma, richiamerà ulteriori afflussi di immigrati da ogni parte del pianeta. Tutto questo mentre l'economia tedesca andrà, secondo i programmi stessi dei Grunen, incontro ad una riduzione della produzione e quindi di surplus economico disponibile per investimenti e per l'occupazione, oltre ai programmi di welfare che dovranno necessariamente prevedere un aumento dei costi per l'espansione numerica dei beneficiari. Anche a chi è digiuno di economia appare evidente che questi programmi sono utopici e potenzialmente catastrofici. Ma lo scenario economico non è il solo che fa vedere un futuro drammatico se il programma dei verdi verrà attuato. Come già accade in Svezia o in Francia la presenza di una forte minoranza extracomunitaria fa prevedere tensioni sociali e conflitti culturali che contribuiranno ad una minore qualità della vita anche in Germania. Vari aspetti che implicano una riduzione della sicurezza e un aumento di conflitti di identità sono già emersi nel paese, e sono all'origine del malcontento che ha portato al risultato ottenuto dalla destra di Afd.
Non credo di essere un troppo facile profeta se mi azzardo alla seguente previsione: il governo che si appresta a governare la Germania sarà l'ultimo che vedrà la partecipazione dei verdi e questi saranno del tutto spazzati via nel prossimo turno elettorale. A meno che i tedeschi non decidano per il collasso definitivo della Germania e dell'Europa. Da bravi verdi mainstream che vedono solo le esigenze dell'uomo dimenticandosi del resto della natura, nel programma dei Grunen non vi è una sola parola sul vero problema all'origine del riscaldamento globale e del collasso ambientale: i tassi di natalità e la sovrappopolazione umana. I sedicenti Verdi continuano a non voler vedere che la progressiva distruzione del mondo naturale, la riduzione impressionante delle foreste per far posto ai terreni agricoli e alle città, la scomparsa progressiva delle altre specie animali, l'esaurimento delle acque e l'aumento dei conflitti per le risorse, l'immissione sempre più massiccia di anidride in atmosfera, l'inquinamento progressivo con veleni dovuti alla produzione di massa, e tutti gli altri fenomeni che minacciano la Terra sono dovuti all'eccesso numerico della popolazione umana. Di questo eravamo certi. E' soprattutto per questo motivo che la fine del movimento verde, almeno nella sua manifestazione attuale, non può che farmi piacere. In attesa della nascita di un nuovo movimento che riconosca nella sovrappopolazione umana la vera causa del disastro ambientale e climatico in cui il pianeta sta precipitando.